giovedì 14 febbraio 2013

Regalo di San Valentino

Un grazie di cuore al blog "Romance non solo" e alle sue fantastiche blogger, Arianna e Arimi, che in questo giorno di San Valentino hanno pubblicato una bellissima recensione a "Imperfetta".
La potete leggere qui




Il mio personale regale di San Valentino è proprio il primo capitolo di questo romanzo.

Vi auguro di passare come volete la serata ma soprattutto di innamorarvi e di far innamorare, non solo a San Valentino :))

IMPERFETTA

1.    Un mazzo di chiavi


“Non indovinerai mai con chi ho fum… chiacchierato sul pianerottolo ieri sera!”
Francesca è un fiume in piena, non posso fermarla.
Mi sono appena alzata e mi sto trascinando in cucina, quando lei mi travolge con la sua energia.
Guardo l’orologio appeso in cucina, è l’una, un’ora accettabile per chi come me ha finito di lavorare alle tre e cerca di svegliarsi.
Sorrido alla mia cara amica e cerco di mostrare un po’ di interesse, anche se l’unica cosa capace di eccitarmi è la macchina del caffè.
“Chi hai incontrato?” chiedo, aprendo l’anta della cucina e afferrando con brama il barattolo del caffè.
“Il nuovo vicino, quello del piano di sopra!” esclama trionfante.
“Quello che quando torno a casa mi intrattiene con i rumori della sua eccessiva attività fisica” e le faccio il gesto che di solito fa lei quando sentiamo quel baccano.
“Esatto” scoppia a ridere “Proprio lui!”
Apro la moka, ma devo essere ancora addormentata perché il filtro mi cade a terra.
Francesca lo raccoglie sogghignando.
“Lascia perdere, siediti, sei in coma, faccio io.”
L’assecondo e mi accomodo di fronte alla mia tazza vuota, in attesa.
“Insomma Nicola, si chiama Nicola, è uno schianto, sul serio. Pure simpatico, abbiamo chiacchierato per più di tre quarti d’ora.”
Alzo la testa.
“Così tanto? Non aveva altre attività in corso?”
Ride.
“Perché ridi?”
“Perché mi ha chiesto se si sente il casino che fa.”
Spalanco gli occhi per la sorpresa. Io di certo mi sarei sotterrata a una domanda così diretta, ma immagino che Francesca non abbia battuto ciglio.
“Che gli hai risposto?”
Mi guarda e fa quell’espressione che adoro e si aggiusta gli occhiali sul naso con aria saputa.
“Gli ho detto che è un bambino moooolto cattivo.”
Poi scoppia a ridere e mi unisco a lei, chiedendomi se il vicino sa che è una maestra della scuola d’infanzia.
“Sei terribile!”
“Lui ha riso e ha detto che cercherà di essere meno rumoroso.”
“A parte le sue attività sessuali, che hai scoperto?”
“È alto, moro, elegante pure in tuta, deve fare un qualche lavoro importante, ha l’aria del capo, sai di quelli che sono abituati a comandare. Ha più di trent’anni di certo e secondo me sta scappando o vorrebbe farlo presto.”
Questa frase attira la mia attenzione.
“Deve essere il palazzo allora…”
“Già, attira i fuggitivi!”
“Lo rivedrai?”
“Chi lo sa, lo spero. Oltre a un fondoschiena perfetto è pure simpatico.”
Scuoto la testa e penso alla fissazione di Franci: il sedere degli uomini.
“Ecco il tuo caffè, cerca di svegliarti, oggi hai il colloquio. Dove vai esattamente? Scusa non ricordo più il nome della ditta.”
Soffio sul caffè bollente e lascio che l’aroma mi invada e con esso l’essenza della caffeina.
“Sixalia, la ditta si chiama Sixalia, fanno valvole e altri attrezzi idraulici che portano l’acqua ai quattro angoli del mondo. Sono una multinazionale dell’acqua.”
“Non ci capisco niente, ma se ti hanno selezionata non devono essere stupidi.”
Sorrido. Non sono mai stata impiegata per nessuna ditta che avesse più di dieci dipendenti. Di esperienza come ragioniera ne ho, ma ultimamente ho trovato solo lavori notturni, come cameriera, guardarobiera e altre cosette.
“Volevano un’impiegata che conoscesse il rumeno e io lo so.”
“Certo che lo sai, sei madre lingua, nel vero senso della parola. Poi studi lingue, saresti perfetta, certo, sempre che ti interessino i tubi per l’acqua”
“Valvole.” Preciso con puntiglio.
“Valvole, tubi: che differenza fa?”
“Sarebbe bello avere uno stipendio a quattro cifre e non dover uscire tutte le sere.”
“Su questo hai ragione, ma perché il colloquio di sabato pomeriggio?”
“Non lo so, sono una multinazionale, magari in America si usa così. Oppure hanno fretta di assumere qualcuno, non lo so.”
Finisco il mio caffè e vado in camera a prepararmi. Un colloquio di lavoro richiede l’abbigliamento giusto. Per fortuna ho una certa esperienza, quello di oggi è il quinto in due mesi.
Gli altri non sono andati bene ma questo deve andare, sul serio. Non posso continuare a pesare sulle spalle di Francesca, quei pochi soldi che prendo ora mi bastano appena per pagare la seconda rata dell’università.
Prendo dall’armadio il mio tailleur blu, quello leggero, ormai è diventato caldo e la giacca forse è eccessiva ma preferisco andare sul sicuro.
I capelli sono a posto, come al solito, dritti e privi di vita, nel loro colore castano chiaro così poco appariscente tutt’altra cosa da quelli di Francesca neri, ricci e ribelli.
Me li spazzolo lo stesso e mi trucco un po’. Non sono una bellezza nel senso stretto del termine, sono carina come molte. Anche se fossi molto bella non credo che baserei sul mio aspetto fisico il successo del colloquio: troppo rischioso. Meglio essere carina, rassicurante e preparata. Quest’ultimo punto non mi preoccupa, so il rumeno da sempre, forse da prima di avere imparato l’italiano. Mi guardo ancora una volta e mi passo le mani sui fianchi.
Quando tornerò magra?
Quando la smetterai di mangiare come se fossi reduce da quaranta giorni di digiuno!
La mia coscienza o chi per essa ha ragione, mi sono gettata sul cibo come fosse la salvezza dopo che Marco…
Stop! Ora non è il momento di pensare a lui.
Fisso la donna giovane nello specchio e sono convinta che questa volta ce la farò.
“Dimmi in bocca al lupo” dico uscendo.
“In culo alla balena!”
Urla Francesca dalla porta di casa mentre scendo le scale.
Che matta!
Ma spero con tutto il cuore che la sua scaramanzia colorita sia efficace.

Il colloquio è andato bene, il migliore mai fatto finora.
La signora con cui ho parlato, perché le due ragazze sedute ai suoi fianchi erano solo comparse, era lei l’osso duro, mi ha intervistata in inglese e in francese. Era contenta, poi la ragazza mora di Timişoara mi ha fatto qualche domanda e abbiamo scoperto di avere molti gusti in comune.
“Per una ragazza giovane può essere una bella esperienza lavorare con noi, spero che lo capisca”
“Certo la vostra azienda è leader e fa parte di un gruppo molto importante.”
“Bene, la motivazione c’è, la ringrazio signorina Erica Cortese, sarà mia cura farle sapere l’esito del colloquio.”
Questo me l’ha detto sabato, oggi siamo martedì e non si sono ancora fatti vivi.
“Vedrai che ti chiameranno, non fare quel broncio.”
Mi consola Francesca mi ha beccata a guardare con brama il telefono con il disperato bisogno che suoni.
“Parli bene tu! Tanto ti vedi tutte le sere con il casanova del piano di sopra”
“Non è che esco con lui, ci troviamo sul pianerottolo e poi parliamo. È un uomo molto interessante, ti piacerebbe.”
“Visti i miei orari, o mi chiamano per un nuovo lavoro, o non lo vedrò mai.”
“Beh, l’hai visto domenica.”
“Sì, mentre saliva le scale di corsa e di ritorno dal jogging!”
Il ricordo però non è affatto spiacevole, non l’ho visto bene in viso ma a sufficienza per capire l’entusiasmo della mia amica.
“Hai visto che fondo schiena?”
Rido.
Francesca ha ragione, ha proprio un bel culo.
“È vero, ma l’ho appena intravisto …”
“Avremo occasioni, pensavo di invitarlo a pranzo domenica prossima, così lo conosci anche tu!”
Non ho il tempo di rispondere perché il telefono squilla.
Con un’agilità che non mi ricordavo, lo afferro e guardo il display
“Sono loro?” chiede Franci.
“Sì, che faccio?”
“Come che fai? Rispondi stupida, subito!”
Eseguo l’ordine e mi allontano, in camera mia, se mi dicono di no, voglio un posto morbido dove cadere.
“Pronto”
“Signorina Cortese? Sono Miranda Morelli di Sixalia, ci siamo viste sabato per il colloquio.”
“Salve, certo ricordo benissimo”
“Signorina, le volevo comunicare che sarebbe la candidata su cui è ricaduta la nostra scelta, sempre che sia ancora intenzionata a voler lavorare per Sixalia.”
Sì evvai!
“Certo che sono intenzionata a lavorare con voi, sono molto felice che mi abbiate scelta.”
“Ne sono certa. Se potesse venire già domani mattina le sarei grata. Crede di poter esser qui alle nove?”
A costo di venire in ginocchio ci sarò!
“Senza alcun dubbio, signora Morelli, ci sarò.”
“Ci vediamo domani allora, buon giorno.”
“Arrivederci.”
Riaggancio il telefono e guardo il display.
Non può essere vero!
Mi hanno presa! Ho un nuovo lavoro!
So che non è elegante, né da signora, ma inizio a saltare per la stanza e a ballare come una pazza.
“Che succede Erica?”
La testa piena di ricci di Francesca fa capolino oltre la porta della mia camera e le vado incontro, le prendo per le mani e iniziamo a saltare come pazze mentre lei ride con me.
“Mi hanno presa, mi hanno presa” le dico e allora lei lancia un grido più forte del mio.
“Grande!”
Ci fermiamo e le racconto subito della telefonata della signorina Morelli, la signora che mi ha fatto il colloquio. Così ho superato la selezione e andrò a lavorare per la loro azienda.
“Ti avevo detto che ero piaciuta alla signorina Morelli!”
“Non era quella che hai definito vecchia frigida?”
“Sì, ma le ho risposto con rispetto e a tono. In fondo, dove la trovavano una brava come me?” e mi atteggio.
“Soprattutto modesta” e ride dandomi una pacca sul sedere.
“Ma che andrai a fare? Quale sarà esattamente il tuo lavoro”
“Cercavano una impiegata che tenesse i contatti con i fornitori romeni e lavorasse con la logistica.”
“Pensi di farcela? Cioè, sono contentissima, ma sarà impegnativo, lavorare, studiare…”
Mi metto le mani sui fianchi e la guardo perplessa.
“Ce la farò, devo, mi servono i soldi se voglio pagarti l’affitto, no, non interrompermi, lo so che tu stai pagando senza rinfacciarmi nulla. Da quando mi hanno licenziato dalle assicurazioni Generali sono due mesi che vivo alle tue spalle, non possiamo andare avanti così. Domani vado al lavoro e scoprirò subito se ce la faccio anche a studiare.”
“Se non ti piace, se ti trattano male, mi raccomando vieni via, sai che quella ditta non ha una bellissima fama, specie adesso che sono stati rilevati dalla quell’azienda multinazionale e hanno mandato qui l’amministratore delegato dei loro dagli Stati Uniti.”
“Di che parli?”
“C’era la settimana scorsa sul giornale, un pezzo che parlava di questa ditta, dai l’abbiamo letto assieme”
“Quale? Quello sul laureato negli States, il ragazzo prodigio che torna a casa a dirigere l’azienda più grande dei dintorni?”
“Proprio quello, scrivevano che era famoso per fare fruttare al massimo le persone.”
“Che c’è di male? Se è bravo l’azienda andrà meglio e io avrò un lavoro. Non preoccuparti, questa sera festeggiamo, ok?”
“Pizza?”
Le faccio un cenno con la testa e lei schizza fuori dalla stanza dicendo:
“Vado a cambiarmi, cambiati anche tu, obbligatorio!”
Mi guardo i pantaloncini lisi che indosso sotto la canottiera rossa.
Non dovrei mettermi questi vestiti, ma in casa lo faccio, Francesca non dice nulla, è mia amica ed è abituata a vedere le mie forme abbondanti per casa.
Non sono quella che si dice un figurino, la mia quarantasei abbondante corredata da una quarta di reggiseno fanno di me una morbidona, come dice Franci. Per fortuna sono alta, così non sembro una trottola! Dovrei dimagrire, lo so. Ero magra fino a due anni fa, poi chissà come un po’ alla volta sono ingrassata.
Chissà come? Lo sai benissimo.
Ho smesso di nuotare, Marco mi ha lasciata e ho iniziato a mangiare troppo.
Chiaro e cristallino. Dovrei riprendere a nuotare e mangiare meno.
Mi metto il vestito a fiori rossi su sfondo nero, ha una bella scollatura e mi snellisce la vita, raccolgo i capelli biondi e lisci in una coda di cavallo e vado a chiamare Francesca.
“Sono pronta, dai Franci, non devi sedurre nessuno”
Esco dalla camera e attraverso il corridoio per entrare nella sua ma non la trovo, allora busso alla porta del bagno.
“Andiamo?”
Busso ancora ed entro.
Mi si ferma il cuore.
Francesca è per terra immobile con gli occhi aperti, sbarrati.
“Franci, oddio!” mi metto in ginocchio vicino a lei e sento che respira affannosamente, con fatica.
Torno di corsa in camera a prendere il cellulare e chiamo il 118.
“Vi prego, venite subito la mia amica è caduta in bagno, respira a fatica.”
“Stia calma signorina, mi dica subito l’indirizzo.”
“Via dei Laghi 5, interno 3, sul campanello c’è il nome Ligori Francesca.”
“Via dei Laghi 5, interno 3” dice la voce dall’altra parte a qualche altra persona. “L’ambulanza sta arrivando, ora mi ascolti mi descriva lo stato della sua amica.”
“È distesa a terra con gli occhi sbarrati, respira a fatica.”
“Si accerti che la lingua non la soffochi, se riesce le apra la bocca, poi la metta di fianco, i soccorsi stanno arrivando.”
Per un tempo infinito rimango al telefono con il cortese signore del pronto soccorso, poi suonano il campanello e schizzo come un fulmine ad aprire ai soccorsi.
Francesca viene subito prelevata e caricata nella barella dai due infermieri che con grande professionalità l’assistono portandola giù per le scale verso l’ambulanza.
Non so che fare, ma devo seguirla. Scendo le scale con loro, incrociamo qualcuno, non lo guardo, mi chiede qualcosa e io mi giro.
È il nuovo vicino, quell’uomo di cui Francesca era entusiasta e che aveva conosciuto meglio di me e che le piaceva pure parecchio.
Mi prende per un braccio e vorrei dirgli di lasciarmi, ma quando lo guardo vedo che è pallido e preoccupato. Francesca è talmente fantastica che sono bastati pochi incontri perché anche lui le si affezioni, lo capisco dal dolore che vedo infondo ai suoi occhi scuri.
Sono verdi o castani?
Sono così persa dentro il suo sguardo che capisco appena la sua domanda.
Vuole sapere che le è successo, scema!
“Non lo so, si è sentita male, mi lasci, devo andare in ospedale con lei” sono fuori di me e la mia voce è stridula.
“Certo, ma chiuda la porta di casa” mi dice lui con calma.
Mi giro e ha ragione.
Sono uscita di corsa e ho lasciato la porta spalancata, non ho preso né la borsa né le chiavi.
Gli infermieri scendono veloci, non posso rischiare che vadano via senza di me, non posso lasciare Francesca.
“Sia gentile, prenda le chiavi con il portachiavi a forma di riccio, è sopra la mensola, vicino al radiatore e poi chiuda la porta, dopo passo da lei a prenderle. Non posso tornare indietro, devo andare con lei, non può restare sola.”
La mia voce è incrinata, sto per mettermi a piangere.
I suoi occhi diventano prima grandi e scuri e poi fa un cenno della testa.
Sei impazzita?!
Hai appena detto a un estraneo di prendersi le chiavi di casa!
Francesca viene prima di tutto!
Mi precipito giù per le scale ed entro nell’ambulanza appena prima che chiudano le porte.

martedì 12 febbraio 2013

Carnevale

Sono passati i giorni e con stupore mi rendo conto che è quasi un mese che non scrivo nulla nel blog!
C'è qualche novità...
La sindrome di Rubens è stata rivista, rieditata e tra qualche giorno sarà messa in vendita anche in altri store non solo su Amazon.
Prossimamente anche Imperfetta avrà lo stesso trattamento :)

Sono stata vittima del carnevale, un periodo dell'anno che adoro.
Carnevale ti permette o di indossare la maschera di ciò che non sei o, al contrario, di liberarti dalle maschere quotidiane e mostrare al mondo la tua vera natura.

venerdì 18 gennaio 2013

Riflessione del venerdì sera


Nuova recensione per Imperfetta:
"Aspettavo un altro romanzo della Cudil, dopo "la Sindrome di Rubens" e "Rouge Club" per me superlativi.
Avrei preferito un po' di "pepe" in più ma il suo modo di scrive unico, preciso e coinvolgente ha la meglio anche con una trama semplice e abbastanza scontata.
Confermo, anche per questo romanzo, le 5 stelle e mi sento di consigliare, a chi non conosce ancora la Cudil, tutti i suoi libri."
Ringrazio Dondaine per il suo commento e molto di più per il suo genuino invito a leggere i miei libri.
Che mi porta a fare delle riflessioni. 
Al di là della gratificazione del mio smisurato ego ora mi si pone seriamente il dubbio se proseguire sul rosa o tornare sul rosso più acceso. 
Proprio oggi un amico mi ha scritto: "È lo stile quello che piace più ancora delle storie. Il modo di raccontarle e di risvegliare... no non tanto di risvegliare qualcosa ma di riuscire a porre in secondo piano quella parte razionale di chi legge e far uscire la parte delle emozioni, dell'istinto e dei sensi."
Ha ragione, ha torto? E' un amico, è di parte, senza dubbio. Eppure quello che mi piace mentre scrivo è proprio lasciare che i personaggi parlino e mostrino il loro sentire.
Il prossimo romanzo sarà diverso da tutti gli altri, perché la storia l'ho già, (no, non vi dico quanto peperoncino metterò dentro, sì, sono cattiva ^^) il protagonista ha già un volto.
Il malcapitato che darà il viso, fisico e anche la personalità a Mauro (non affezionatevi al nome perché in corso di stesura magari lo cambio ;) come al solito) è un uomo che non conosco e che da un mese a questa parte osservo con sempre più insistente interesse. 
Penserà che ho preso una bella sbandata per lui, o peggio, che sono pazza!
Ma che volete, è molto più semplice che sbirciare, senza farsi accorgere :)
Mi hanno detto di fargli una foto, ma non saprei descrivere come muove le mani, le spalle e come si acciglia mentre parla, insomma devo proprio osservarlo attentamente per descriverlo bene.
L'ho imparato da un amico pittore, lui fissa tutti con gran maleducazione(parole sue), salvo essere un tale bel ragazzo che è un piacere essere oggetti di sua attenta osservazione :))
Alla fine di questo post sconclusionato (è venerdì  e sono stanchissima, compatitemi ^^)
vorrei ringraziare i miei lettori e le mie lettrici, e tutte le persone reali, alcune senza saperlo, che sono entrate nei miei romanzi.



lunedì 14 gennaio 2013

Mi hanno intervistata!

Ciao a tutti i miei pochi ma fedeli visitatori!
Oggi esulto perché il blog Romance e non solo ha pubblicato questa bella intervista della sottoscritta.
La trovate qui.
Si tratta di un post inserito nei festeggiamenti per i tre anni del blog, di cui avevo già parlato in questo post.
Ringrazio di cuore le bravissime Arianna e Arimi per lo spazio che mi hanno dedicato.
E vi invito a leggere le mie risposte, c'è anche una piccola anteprima :)

giovedì 10 gennaio 2013

Buon compleanno a "La sindrome di Rubens"


Ebbene sì, è già passato un anno da quando ho pubblicato su Amazon l'ebook de La sindrome di Rubens.
Ho scritto il romanzo per gioco e per scommessa, non ho cercato un editore, ho deciso di provare a fare da sola. Non so se ho fatto bene, non so se ho sbagliato.
So che ringrazio di cuore tutti i lettori che l'hanno acquistato, letto e recensito. Tutti i commenti, belli e brutti, sono stati importanti e vi ringrazio indistintamente per il tempo che avete dedicato alla lettura della mia storia.
Per quei pochi che passeranno di qui, vi lascio l'inizio del libro.





La neve.
Il quadro la rappresentava in tutta la sua vivace leggerezza.
L’artista aveva dato vita a quei fiocchi rendendoli un’unica tempesta, con rapide pennellate aveva travolto la tela, fissando per sempre il movimento del vento e il turbinio della neve.
Gli occhi dei visitatori non si soffermavano sul piccolo quadro, opera di un’impressionista minore. Attirati da nomi molto più altisonanti, vi passavano di fronte veloci e poco attenti.
Lidia invece si era persa nella leggerezza delle sfumature perlacee del dipinto di Sisley e non voleva ritrovarsi.
I suoi amici erano andati avanti, nella sala successiva, anzi nelle successive, l’avrebbero attesa alla fine del museo, come al solito. Avevano fatto così gli ultimi giorni perché avevano capito che era inutile metterle fretta. Anche quel giorno, all’entrata del Museo Thyssen-Bornemisza, si erano accordati: Lidia li avrebbe raggiunti con i suoi tempi, entro le quattro del pomeriggio. Nessuno degli altri componenti del gruppo aveva la necessità di soffermarsi così a lungo davanti alle opere d’arte come lei e, per visitare tutti assieme Madrid senza malumori, avevano raggiunto quel compromesso. Un buon accordo che consentiva a lei e ai suoi amici di godersi al meglio la visita della città.
Dopo qualche minuto, sperduta nella tempesta di Alfred Sisley, la ragazza percepì un movimento alle sue spalle: una donna anziana si era alzata dalla panca di legno posta al centro della sala.
I piedi stanchi la portarono a prendere il posto di quella donna.
Accanto a lei si sedette qualcun altro, non ci fece caso; la bellezza emanata dall’immagine dipinta le faceva uno strano effetto. Un formicolio inaspettato le prese la base della nuca, per poi scenderle lungo tutta la schiena.
La osservavano, ne era certa. Girò completamente la testa e vide il volto dell’uomo che la fissava. Aveva più o meno la sua età, alto e magro, indossava una camicia azzurra e dei jeans, portava una borsa a tracolla, mentre tra le mani stringeva un apparecchio e un foglio. Aveva l’auricolare dell’audio guida il cui filo bianco pendeva lungo la guancia, i capelli scuri erano lunghi e gli coprivano le orecchie. Un naso diritto e zigomi pronunciati davano una particolare bellezza al suo volto, mentre i grandi occhi verdi, fissi su di lei, la scrutavano tanto in profondità da farla sentire a disagio.
Era abituata agli sguardi maschili, era una donna che non passava inosservata: alta, snella con lunghe gambe flessuose, la vita stretta e un seno non troppo prosperoso. Una bella figura completata da un viso dall’ovale perfetto in cui i grandi occhi scuri colpivano per la loro profondità. Anche se, le dicevano, erano le sue labbra, ben disegnate e sensuali la sua parte migliore.
Sì, Lidia era abituata agli sguardi di ammirazione ma la sensazione che provava in quel momento non poteva definirsi la piacevole vanità di essere stata notata. Si sentiva in imbarazzo per il modo in cui lei aveva ricambiato lo sguardo del giovane: con desiderio, soffermandosi sul suo corpo più del dovuto. L’espressione di stupore di lui le aveva fatto capire che i suoi pensieri erano stati compresi, perciò si alzò d’improvviso. Andò nella sala successiva, dove un poco riposante Rubens l’attendeva.
Rimase ad ammirare l’enorme dipinto conscia della presenza dell’uomo vicino a lei.
Per un attimo pensò che l’avesse seguita, ma il numero con il simbolo dell’ascolto, successivo a quello del dipinto di Sisley, mostrava che l’opera era la seguente nella registrazione dell’audioguida.
La donna di Rubens dalla tela le sorrideva ammaliatrice, la curva sensuale della gamba, il colore roseo del seno della dama d’altri tempi catturarono Lidia. Si lasciò avvolgere da una singolare sensazione di languore.
Qualcuno iniziò a toccarle la mano sinistra; era lui ne era certa, ma non osò volgere gli occhi nella sua direzione. Sentiva le sue dita percorrere l’interno del polso, accarezzando la pelle delicata con l’indice e rabbrividì di desiderio.
Alla fine lo guardò negli occhi dell’uomo vide riflessa se stessa; una bramosia che non conosceva si impossessò di lei.
L’ingresso di un gruppo di turisti rumorosi la riscosse, concedendole un lampo di lucidità che le consentì di allontanarsi, forse sarebbe più corretto dire che fuggì.
Attraversò correndo le sale dedicate alla pittura statunitense dell’Ottocento, si rifugiò nel corridoio diretta all’ascensore, appena le porte si aprirono entrò come una furia.
Un gruppo numeroso di visitatori la seguì all’interno e, mentre le porte si stavano chiudendo, intravide la figura del giovane, persa tra il vociare di una comitiva giapponese.
Si sentì al sicuro nello spazio ristretto, circondata da estranei. Cercò di mantenere un respiro normale e in pochi secondi l’apparecchio si fermò raggiungendo il piano dell’uscita.
Già arrivati? Troppo presto!
Uno alla volta tutti i turisti uscirono dall’ascensore lasciandola sola e permettendole di pigiare il tasto successivo, scese ancora, gustandosi la bramata solitudine.
Nel piano interrato c’erano i magazzini del museo, gli studi dei ricercatori, i laboratori di restauro e i bagni. Appena le porte si aprirono Lidia vide le indicazioni per la toilette, le seguì sgusciando via dall’ascensore e infilandosi nel lucido bagno delle signore per lavarsi le mani e il viso.
Quando fu di fronte a se stessa, riflessa nello specchio, sospirò guardandosi con stupore.
Che mi prende?
Con riluttanza si lavò la faccia, cercò di rimediare ai danni dell’acqua al trucco.
Quell’uomo non era bellissimo, piacevole certo, con ampie spalle e occhi magnetici, ma non l’aveva mai visto, come poteva desiderarlo tanto?
Perché si trattava di vero e proprio desiderio sessuale quello che aveva provato mentre le accarezzava la mano: come era possibile? Che l’avessero drogata?
Che sciocchezza!
Eppure una morsa le attanagliava lo stomaco e la tensione che sentiva tra le cosce era inequivocabile …
Scosse con forza la testa, tentando si scacciare da sé sensazioni che non riusciva a capire. Lasciò il lindo bagno delle signore e si diresse di nuovo verso l’ascensore.
Sono solo stanca.
Aveva esagerato con i musei, ora sarebbe salita, avrebbe sorseggiato un caffè e raggiunto gli amici nella sala delle avanguardie russe.
Appena le porte si aprirono un uomo ne uscì andandole incontro. Era lui.

domenica 6 gennaio 2013

Romance e non solo compie gli anni!


Ciao ragazze!
Allora volato bene? Ihihih
Buona serata a tutte e a tutti, perché no, ci sono anche befanini assai simpatici ;)




Come dice bene il titolo del post il blog letterario Romance e non solo compie tre anni il 16 gennaio e, per l'occasione, ha ideato una serie di giochi e concede spazi ad autori emergenti.
Questa sera c'è uno spazio tutto mio qui, ci sono anche altri autori, moooolto più noti della sottoscritta, quindi vi consiglio di leggere tutti i post e, in maniera particolare, questo in cui le due vulcaniche blogger, Arianna e Arimi, spiegano il funzionamento del meccanismo che darà diritto a premi e ricchi cotillons.
Io sono follower del blog da molti mesi e mi piace per la freschezza con cui propongono i libri e per la loro esuberanza. Vi consiglio di seguirle, fanno anteprime molto interessanti.
Poi ospitano di quelle autrici... ;)










sabato 5 gennaio 2013

La carne, racconto un po' regalo di Capodanno, un po' regalo della Befana


Come promesso non ho scritto alcun racconto natalizio ma uno di inizio anno :)
Sì, sono in ritardo di qualche giorno, immaginatelo come il regalo della Befana.
Spero vi piaccia!


La carne

Il coltellaccio scavò un profondo solco nella carne sanguinolenta, fino a toccare il tagliere dove era posato il pezzo di lonza.
Arianna non riusciva a distogliere lo sguardo da quello spettacolo raccapricciante, l’orrore di quella vista la teneva incollata come una calamita.
Non sopportava la vista del sangue, né quello della carne cruda. Neanche cotta se per quello, da molti anni era vegetariana. Eppure
“Tre o quattro?”
Eccolo il motivo del suo orrore quotidiano.
Il giovane macellaio alzò gli occhi nocciola su di lei in attesa di una risposta.
“Tre, grazie”
Altre tre che andranno nel congelatore di papà.
Arianna prese il cartoccio e sperò che lui la guardasse di nuovo e le sorridesse, come faceva sempre. Beh, sempre, da quando il mese scorso era andata a prendere l’arrotolato per sua nonna.
Lei era una cliente fissa, ma quel giorno non poteva andare in macelleria e così Arianna aveva scoperto il nuovo apprendista del macellaio.
Si era presa una cotta clamorosa, niente poteva spiegare altrimenti quella frequentazione a uno dei luoghi che lei aveva sempre più odiato.
I quarti di bue appesi, i polli nella vetrina frigorifero, quel luogo era una fabbrica di orrori e crudeltà.
Ma lui era lì e Arianna si sentiva come una coraggiosa protagonista dei romanzi che leggeva ed era disposta a sopportare l’odore dolciastro del sangue per vederlo.
Il problema era che lui non vedeva lei.
Sempre gentile, sorridente, ma niente che l’avesse convinta che lui fosse interessato.
In compenso il congelatore di casa si era riempito di fettine, arrotolati, polli ripieni e macinato.
“Che ci farai con tutta ‘sta carne se poi non la mangi?” le aveva chiesto, proprio ieri, sua madre sbuffando. Nonostante le critiche aveva estratto dal mucchio gelido un sacchetto il cui contenuto il padre aveva molto gradito.
“Per me Arianna vuole riprendere a mangiare la carne e si sta riavvicinando all’odore”
Il genio di suo fratello minore aveva esposto la teoria, brandendo un pezzo di coscia di pollo sapientemente cucinato dalla madre.
La ragazza alzò gli occhi al cielo inorridita.
“Ari ma se la carne non ti piace, perché continui a comprarla, tra l’altro costa soldi” rimarcò la dose il padre.
“Mi pare che non vada sprecata” e la discussione era finita lì.
Mentre usciva dal negozio si rese conto che non poteva continuare in questo modo e tornò sui suoi passi, era venuto il momento di una scelta di coraggio.
Paolo, era questo il nome del macellaio, stava servendo una signora che se ne andò solo dopo avere ordinato mezzo negozio.
“Scusa, ma non la finiva più, dimmi hai dimenticato qualcosa?”
Coraggio!
“Sì, volevo dirti che se non hai niente da fare l’ultimo dell’anno potresti venire alla festa che organizziamo con amici nella casa in collina qui vicino”
Vedendo che lui non faceva espressioni schifate, ma anzi era attentissimo proseguì
”Niente di eccezionale, ognuno porta qualcosa, un po’ di musica, in mezzo al bosco, possiamo ballare fino alla mattina e dormire lì, saremo una decina”
Ce l’ho fatta! Pensò.
Gli occhi nocciola la stavano fissando divertiti.
“Per chiedermelo serviva comprare tutta quella carne?”
Arianna si sentì avvampare.
“Che intendi?”
“Che è un mese che vieni a comprare la carne e a te non piace, me l’ha detto tua nonna, ancora il primo giorno che sei venuta.”
“Beh, la carne la mangiano i miei, io la compro e basta.”
“Sarà, comunque per favore non venire più a prenderla, ogni volta che ne affetto un pezzo mi chiedo se ti sentirai male, diventi pallida da morire, neanche il coltello te lo puntassi alla gola”
“È così evidente?”
Lui rise.
“Sì”
“Va bene, eviterò di venire a importunarti ancora.”
“No, non intendevo quello” si affrettò a dire lui. “Mi fa molto piacere vederti, potremmo incontrarci fuori dalla macelleria.”
“L’ultimo dell’anno?” chiese Arianna.
“Mi spiace ho già un altro impegno, ma possiamo vederci il primo dell’anno. Sarà di buon auspicio” e le fece l’occhiolino.
“Perfetto! Ti lascio il mio numero” disse entusiasta.


“Ancora bistecche!” brontolò suo padre.
“Se va come dico io saranno le ultime che porto a casa” disse Arianna sorridendo.
“Allora speriamo per il meglio” sospirò sua madre mentre la ragazza usciva dalla cucina.
“Che cos’è che deve andare bene?” chiese l’uomo.
“Immagino una certa faccenda con il macellaio…”
“Che c’entra il macellaio? Lei non sopporta la carne, è vegetariana.”
“Questa carne la sopporterà, vedrai...”
“Se lo dici tu! L’importante è che la finisca di portare a casa tutta questa carne che ci intasa il freezer, per il resto faccia quello che vuole!”
E Arianna seguì alla lettera le parole del padre.