giovedì 10 gennaio 2013

Buon compleanno a "La sindrome di Rubens"


Ebbene sì, è già passato un anno da quando ho pubblicato su Amazon l'ebook de La sindrome di Rubens.
Ho scritto il romanzo per gioco e per scommessa, non ho cercato un editore, ho deciso di provare a fare da sola. Non so se ho fatto bene, non so se ho sbagliato.
So che ringrazio di cuore tutti i lettori che l'hanno acquistato, letto e recensito. Tutti i commenti, belli e brutti, sono stati importanti e vi ringrazio indistintamente per il tempo che avete dedicato alla lettura della mia storia.
Per quei pochi che passeranno di qui, vi lascio l'inizio del libro.





La neve.
Il quadro la rappresentava in tutta la sua vivace leggerezza.
L’artista aveva dato vita a quei fiocchi rendendoli un’unica tempesta, con rapide pennellate aveva travolto la tela, fissando per sempre il movimento del vento e il turbinio della neve.
Gli occhi dei visitatori non si soffermavano sul piccolo quadro, opera di un’impressionista minore. Attirati da nomi molto più altisonanti, vi passavano di fronte veloci e poco attenti.
Lidia invece si era persa nella leggerezza delle sfumature perlacee del dipinto di Sisley e non voleva ritrovarsi.
I suoi amici erano andati avanti, nella sala successiva, anzi nelle successive, l’avrebbero attesa alla fine del museo, come al solito. Avevano fatto così gli ultimi giorni perché avevano capito che era inutile metterle fretta. Anche quel giorno, all’entrata del Museo Thyssen-Bornemisza, si erano accordati: Lidia li avrebbe raggiunti con i suoi tempi, entro le quattro del pomeriggio. Nessuno degli altri componenti del gruppo aveva la necessità di soffermarsi così a lungo davanti alle opere d’arte come lei e, per visitare tutti assieme Madrid senza malumori, avevano raggiunto quel compromesso. Un buon accordo che consentiva a lei e ai suoi amici di godersi al meglio la visita della città.
Dopo qualche minuto, sperduta nella tempesta di Alfred Sisley, la ragazza percepì un movimento alle sue spalle: una donna anziana si era alzata dalla panca di legno posta al centro della sala.
I piedi stanchi la portarono a prendere il posto di quella donna.
Accanto a lei si sedette qualcun altro, non ci fece caso; la bellezza emanata dall’immagine dipinta le faceva uno strano effetto. Un formicolio inaspettato le prese la base della nuca, per poi scenderle lungo tutta la schiena.
La osservavano, ne era certa. Girò completamente la testa e vide il volto dell’uomo che la fissava. Aveva più o meno la sua età, alto e magro, indossava una camicia azzurra e dei jeans, portava una borsa a tracolla, mentre tra le mani stringeva un apparecchio e un foglio. Aveva l’auricolare dell’audio guida il cui filo bianco pendeva lungo la guancia, i capelli scuri erano lunghi e gli coprivano le orecchie. Un naso diritto e zigomi pronunciati davano una particolare bellezza al suo volto, mentre i grandi occhi verdi, fissi su di lei, la scrutavano tanto in profondità da farla sentire a disagio.
Era abituata agli sguardi maschili, era una donna che non passava inosservata: alta, snella con lunghe gambe flessuose, la vita stretta e un seno non troppo prosperoso. Una bella figura completata da un viso dall’ovale perfetto in cui i grandi occhi scuri colpivano per la loro profondità. Anche se, le dicevano, erano le sue labbra, ben disegnate e sensuali la sua parte migliore.
Sì, Lidia era abituata agli sguardi di ammirazione ma la sensazione che provava in quel momento non poteva definirsi la piacevole vanità di essere stata notata. Si sentiva in imbarazzo per il modo in cui lei aveva ricambiato lo sguardo del giovane: con desiderio, soffermandosi sul suo corpo più del dovuto. L’espressione di stupore di lui le aveva fatto capire che i suoi pensieri erano stati compresi, perciò si alzò d’improvviso. Andò nella sala successiva, dove un poco riposante Rubens l’attendeva.
Rimase ad ammirare l’enorme dipinto conscia della presenza dell’uomo vicino a lei.
Per un attimo pensò che l’avesse seguita, ma il numero con il simbolo dell’ascolto, successivo a quello del dipinto di Sisley, mostrava che l’opera era la seguente nella registrazione dell’audioguida.
La donna di Rubens dalla tela le sorrideva ammaliatrice, la curva sensuale della gamba, il colore roseo del seno della dama d’altri tempi catturarono Lidia. Si lasciò avvolgere da una singolare sensazione di languore.
Qualcuno iniziò a toccarle la mano sinistra; era lui ne era certa, ma non osò volgere gli occhi nella sua direzione. Sentiva le sue dita percorrere l’interno del polso, accarezzando la pelle delicata con l’indice e rabbrividì di desiderio.
Alla fine lo guardò negli occhi dell’uomo vide riflessa se stessa; una bramosia che non conosceva si impossessò di lei.
L’ingresso di un gruppo di turisti rumorosi la riscosse, concedendole un lampo di lucidità che le consentì di allontanarsi, forse sarebbe più corretto dire che fuggì.
Attraversò correndo le sale dedicate alla pittura statunitense dell’Ottocento, si rifugiò nel corridoio diretta all’ascensore, appena le porte si aprirono entrò come una furia.
Un gruppo numeroso di visitatori la seguì all’interno e, mentre le porte si stavano chiudendo, intravide la figura del giovane, persa tra il vociare di una comitiva giapponese.
Si sentì al sicuro nello spazio ristretto, circondata da estranei. Cercò di mantenere un respiro normale e in pochi secondi l’apparecchio si fermò raggiungendo il piano dell’uscita.
Già arrivati? Troppo presto!
Uno alla volta tutti i turisti uscirono dall’ascensore lasciandola sola e permettendole di pigiare il tasto successivo, scese ancora, gustandosi la bramata solitudine.
Nel piano interrato c’erano i magazzini del museo, gli studi dei ricercatori, i laboratori di restauro e i bagni. Appena le porte si aprirono Lidia vide le indicazioni per la toilette, le seguì sgusciando via dall’ascensore e infilandosi nel lucido bagno delle signore per lavarsi le mani e il viso.
Quando fu di fronte a se stessa, riflessa nello specchio, sospirò guardandosi con stupore.
Che mi prende?
Con riluttanza si lavò la faccia, cercò di rimediare ai danni dell’acqua al trucco.
Quell’uomo non era bellissimo, piacevole certo, con ampie spalle e occhi magnetici, ma non l’aveva mai visto, come poteva desiderarlo tanto?
Perché si trattava di vero e proprio desiderio sessuale quello che aveva provato mentre le accarezzava la mano: come era possibile? Che l’avessero drogata?
Che sciocchezza!
Eppure una morsa le attanagliava lo stomaco e la tensione che sentiva tra le cosce era inequivocabile …
Scosse con forza la testa, tentando si scacciare da sé sensazioni che non riusciva a capire. Lasciò il lindo bagno delle signore e si diresse di nuovo verso l’ascensore.
Sono solo stanca.
Aveva esagerato con i musei, ora sarebbe salita, avrebbe sorseggiato un caffè e raggiunto gli amici nella sala delle avanguardie russe.
Appena le porte si aprirono un uomo ne uscì andandole incontro. Era lui.

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